Wednesday, June 27, 2012

ABC preconstitucional

(J.R.J. por Daniel Vázquez Díaz)
                                             ABC de 1 de mayo de 1977 (editoriales)

Saturday, June 23, 2012

I risvegli di Vittorio Bodini

 Aveva Vittorio Bodini l’abitudine di finire in latino quello che stava dicendo in italiano. Talvolta soltanto completava la frase; talvolta la traduceva tutta, traduceva se stesso, come per farsi capire da un invisibile interlocutore nella Roma imperiale. Talvolta non emetteva nemmeno un suono, ma continuava a muovere le labra, le sopraciglie, le orecchie, le narici, il pomo d’Adamo, el cuoio capelluto, il fegato, la milza, tutto quanto, e quelle sue meravigliose smorfie rivelavano una dimestichezza con il passato, un rapporto con l’aldilà. Chi fosse il misterioso interlocutore di Vittorio Bodini sarebbe cosa difficile da stabilire. Resta il fatto che Vittorio Bodini, noncurante di chi gli stava accanto, manteneva una comunicazione continua con esseri e con personaggi molto lontani nel tempo e nello spazio, e questa comunicazione gli riusciva soltanto tramite smorfie e frasi latine. Ogni poeta pensa di poter fare a meno delle frontiere del tempo e di quelle dello spazio. Il mestiere di scrivere è creazione, ma non v’è creazione se non v’è, nella mente del creatore oppure nel suo inconscio, l’idea dell’ubiquità e dell’immortalità. Quel piccolo dio che vuol essere il poeta ha in animo d’essere per sempre dappertutto. In seguito occorre una scelta e ognuno di noi sceglie l’epoca e il paese dove ha deciso di situare la sua età d’oro. Non saprei dire con precisione quale fosse stata l’età d’oro di Vittorio Bodini. In ogni caso, questa età si inseriva in un àmbito dove non esistevano frontiere né distanze fra la Spagna e l’Italia, dove si parlava il latino in ambedue le sponde del Mediterraneo, del Mare Nostrum.
Vittorio Bodini, leccese nato a Bari, andò a Cadice in cerca di anticaglie. Né Cadice né Bari sono città del Mediterraneo, anzi, ambedue gli voltano le spalle. L’una si affaccia sul mare Ionico, l’altra sull’Atlantico, e ciò nonostante, chi contesterebbe la loro latinità? Bari guarda alla Grecia, e cioè al passato. Cadice guarda plus ultra, ossia all’aldilà. Vittorio Bodini faceva la spola fra l’aldilà e il passato, si tratteneva contemporaneamente a Cadice e a Bari, oppure indugiava al sole in piazza S. Oronzo mentre era assolutamente convinto di essere a Salamanca. Perché altri due poli del paesaggio sentimentale di Vittorio Bodini erano senza dubbio Salamanca e Lecce. Città tutt’e due di pietra dorata, concepite l’una e l’altra secondo un gusto monumentale plateresco, nel capoluogo pugliese alquanto carico e sfarzoso; poi, nell’entroterra, lunghi muri bassi di macigni, sugheri, ulivi, carubbi, viti intrecciate, qualche trullo imbiancato qui, qualche monticello di pietre lì, la macchia, il maggese. Forse voleva dire Salamanca Vittorio Bodini quando sosteneva che era Madrid la vera capitale della Puglia; forse soggiaceva ad un miraggio; forse ci prendeva soltanto in giro. Vittorio Bodini, che portava alti i baffi neri e il cappello nero con uno slancio da Ettore Fieramosca, forse pagava così il debito contratto con quel capitano spagnolo che diede lo spunto alla Disfida di Barletta. Comunque si riesce difficilmente a capire come mai qualcuno abbia voluto Madrid come capitale, oggi che nessuno la vuole in una Spagna che rinnega se stessa. Tuttavia è doveroso riconoscere che la Madrid di trenta anni fa era ben diversa di quella di oggi e che era appunto quella di allora ciò che il Bodini sognava come capitale della Puglia. Ma lasciamo stare il catrame e gli inquinamenti, perché il paesaggio di Vittorio Bodini era fatto di alberi, pietre, capre, un fiume giallo, cicogne, corvi, melagrani, bianchi muri di calce, gelsomini, garofani e teste decollate in vasi di basilico, insomma, di tutto quanto si trova ancora nel Mezzogiorno, sia in quello d’Italia che in quello di Spagna. Per Bodini era uguale, perché se è vero che, come diceva Rilke, tutti i poeti parlano la stessa lingua, è vero anche che per loro tutto il mondo è paese, e il miracolo poetico del Bodini era far sì che l’Italia e la Spagna fossero intercambiabili. Così prestò la sua voce ai poeti spagnoli, da Gongora a Quevedo – che lavorone la versione dei sonetti! – ai surrealisti del 27, tanto vicini alla sua sensibilità e alle sue fantasticherie. Vittorio Bodini, nella sua magnanimità, tradusse poeti di ogni risma e non indietreggiò di fronte a nessun ostacolo. Ci son poeti che è difficile tradurre, poeti che è impossibile tradurre e poeti che è inutile tradurre. Bodini diede a ciascuno la sua opportunità e per il suo lavoro dobbiamo ringraziarlo tutti noi, i poeti spagnoli, tanto gli inutili quanto gli impossibili e i difficili. Solamente chi non conosca il pensiero poetico del Bodini può pensare che faccio uno sgarbo a quei poeti tradotti da lui la cui poesia tradotta possa ritenersi inutile, poiché è appunto l’Inutile la chiave di volta di questo pensiero. La poesia è fatta di enigmi, di equazioni, di indovinelli. Anni fa, qui a Roma, una mia figlioletta mi diceva a bruciapelo: “Papà, tu sei un poeta”. Allora io le chiesi: “E tu sai cosa sia un poeta?” “Certo – rispose lei – uno che fa indovinelli”. L’Inutile era la soluzione dell’indovinelli di Vittorio Bodini, così come il nulla, da lui però chiamato il tutto, era la soluzione degli indovinelli del Leopardi. Se nel caso del Leopardi si può parlare della totalità del nulla, poiché lui stesso parlò dell’infinita vanità del tutto, nel caso del Bodini si dovrebbe parlare dell’assoluta realtà dell’inutile. Certamente, il Bodini, che non aveva paura di certe parole, s’affaccia sul nulla, guarda nel tramonto un rosso nulla, riduce l’autunno cuore del tempo, dolce preda della poesia, a cortesi immagini del nulla. Qualche volta fra il nulla e l’inutile si intravede una via di scampo, uno spiraglio aperto su quella scorciatoia della poesia che purtroppo ci riconduce all’inutile ed al nulla. Ed è così che lo spiraglio non è altro che un tranello.
 Poesia, struggenti inchieste 
 sulla verità dell’essere, 
 scegliemmo la tua scorciatoia. 
 Non ci ha portati lontano, no davvero.
 Sì, qualche volta l’ebrezza 
 d’esser vicino a qualcosa 
 ma in che rari momenti 
 e a qual prezzo d’insofferenze, 
di rotture d’ogni più delicata trama d’affetti!
 Odio financo il delicato verde 
dell’estate che attornia le mie finestre. 
 Venga la mano di chi so e liberi 
 dall’ angoscia i miei risvegli.
 Una delle smorfie di Vittorio Bodini consisteva nel fare come chi si risveglia con un sussulto e fa tanto di cappello a chi lo ha così bruscamente risvegliato. L’ultimo di tali risvegli gli è capitato a Roma dieci anni fa.

“Viñamarina”, Novembre 1980
 (Letto all’Università di Roma in occorrenza del X anniversario della morte di Vittorio Bodini, accaduta nel Dicembre di 1970. Presenti oltre i familiari Rafael Alberti, P. Miguel Batllori S. J, Maria Luisa Spaziani fra tanti altri)

Saturday, June 16, 2012

Ultramontano ultramarino


  •  "Los que decimos lo que pensamos, sin precaución ni reticencia, no somos aprovechables ni por quienes piensan como nosotros"
  •  "sólo un talento evidente hace que le perdonen sus ideas al reaccionario, mientras que las ideas del izquierdista hacen que le perdonen su falta de talento"
 (Nicolás Gómez Dávila)

Friday, June 15, 2012

Monday, June 11, 2012

De turpitudine


Wednesday, June 06, 2012

Lo mejor de San Isidro


 Carta abierta a los Amigos del Circulo Bienvenida, a todos los aficionados a los toros y a ser españoles.
 En el Diccionario del español actual de Manuel Seco, Olimpia Andrés y Gabino Ramos se dice que Infante o Infanta es un hijo del rey al cual no corresponde ser heredero de la corona. También, entre otras cosas, se llama infante al soldado de infantería y, en algunas catedrales, a los niños que forman parte del coro de voces blancas. En otros diccionarios, incluido el muy reputado de Maria Moliner, se asegura que primariamente se aplica a niños muy pequeños que no son capaces de hablar. Tambien se dice que son infantes o infantas los hijos o hijas del rey de España sean o no pequeños, salvo el primogénito que recibe el nombre de Príncipe de Asturias. En conclusion: Lo primero que caracterizaría a una Infanta de España es que no puede hablar. ¿Por qué? Dejemos la respuesta y los diccionarios a un lado, al menos por el momento. Pero una Infanta, nuestra Infanta Doña Elena, puede escuchar los brindis de los toreros españoles e hispanoamericanos que le dedican la lidia y muerte de un toro. Los diestros consideran un honor para ellos y para la Fiesta que una Infanta de España esté presente en el coso. No dicen, por cortesia y por discrecion, que también para la Infanta es un honor presidir o estar en la plaza enalteciendo una de nuestras más antiguas y preciadas tradiciones. Para algunos aficionados a ver corridas, y a ser españoles, esto ha sido lo mejor de la Feria de San Isidro en el año 2012. Es muy cierto que han destacado admirables peones de brega, banderilleros de toros de verdad, picadores de brazo tan templado como fuerte y hasta algún que otro matador o rejoneador, pocos en verdad, capaces de salir en hombros de la multitud. En la tarde del 6 de junio, en la llamada todavía Corrida de Beneficiencia, Doña Elena de Borbón ha presidido la Fiesta, en nombre de Su Majestad el Rey de España en el Palco Real, a menudo demasiado vacio a lo largo de la temporada. Al llegar la Infanta a su Palco Real ha sonado el Himno Nacional de España seguido de una cerrada ovación, sincera y espontánea, de todo el público. La plaza no estaba tan engalanada como en otros años, pero relucian los colores de nuestra bandera nacional en todos los tendidos. Ha sido inevitable comparar esta y otras tardes en la plaza de toros madrileña en las que hemos visto a nuestra muy respetada y muy querida Infanta de España, con el reciente suceso, tan bochornoso, de las pitadas e insultos a la Corona y a la Bandera de España en el comienzo de alguna de esas magnas asambleas para las masas llamadas, con más o menos razón, espectáculos deportivos. Rogaremos, con el mayor respeto y afecto a Doña Elena, Infanta de España, que se digne recibir el homenaje de los aficionados, aunque haya terminado la corrida y los toreros que hoy le brindaron sus toros estén ya en camino de nuevas actuaciones en otras plazas. Demos las gracias a tan egregia y españolísima señora por haber venido alguna vez acompañada por sus hijos, para bien de ellos y de España. Ya no vive ninguno de los matadores de toros de la Dinastía Bienvenida, pero estamos seguros de que todos ellos suscribirían nuestras palabras y participarían del mismo homenaje. No dudamos de que todos y cada uno de ellos, desde sus espacios celestiales, brindan hoy mismo nubes con forma de toro a una Infanta de España, muy admirada y muy querida, con la ilusión de que les permita enseñar respetuosamente a sus hijos, todavía de corta edad, a coger un capote, por lo que en España pueda pasar.
 Fernando Claramunt López. Presidente del Circulo de Amigos de la Dinastía Bienvenida.

Hay en mis sueños ruido de tormenta

Uno de los poemas de Mascha Kaleko, berlinesa del éxodo, traducidos por Inmaculada Moreno y publicados en el último número de la revista ISLA DE SILTOLÁ.  Se trata de un mero anticipo del volumen bilingüe pendiente de aparición en la editorial RENACIMIENTO.




Monday, June 04, 2012

Pecados de juventud





(Abril, 1946)




                                                        “ESPLÉNDIDA”

                                                           Alvaro Domecq in memoriam
Como la mar, en la arena,
tuviste espuma en los labios.
El sol levantó por ti
altares de hojas de acanto,
entre gradas de ladrillo
y columnatas de mármol.
Puso a Sevilla de pie,
le llenó el río de barcos
y fue soltando uno a uno
planetas encadenados.

Uno se prendió a tu grupa,
otro te montó de un salto,
y otro vino contra ti
paciendo luceros blancos.

Sevilla, que lo sabía,
puso su Maestranza en alto
coronada por los dos
grandes ríos acostados.

Tu cola regía el ruedo
como un cometa, arrastrando
fuegos fatuos de colores,
palmas de papel rizado.

Espléndida, habías de ser
hija y madre de caballos,
niña torera en la plaza
y pedestal de centauros.

Sevilla que lo sabía,
te estaba firme esperando
con la Giralda vestida
de plata antigua y cobalto.

La tarde, como un capote,
colgaba de palco en palco
y hacía crecer la yerba
donde plantabas tus cascos.
Y al señuelo de tu cola,
el toro más porfiado
corneaba al aire fino
que le huía de costado.
Sobre las patas traseras
te estabas asegurando
de que los ruedos de España
tienen sillares romanos,
cenizas de gladiadores
y de mártires cristianos.

De haber querido, pudieras
haber cruzado de un salto
el río grande y oscuro
que a todos nos cierra el paso.

Toros que viste morir
te aguardan en los cerrados
de los que nunca ha salido
nadie ni a pie ni a caballo.

Por las barandas del cielo
vuelan sombreros y habanos.
Entre las nubes el sol
como puede  se abre paso,
y dobla la media luna
con un rejón en lo alto.


 El Puerto de Santa María, 8 – 9 de septiembre de 1955


Friday, June 01, 2012

Crónica gráfica

(Anverso y reverso de una fotografía antigua)